lunedì 28 giugno 2010

1.26 - STANZA 316

- Come va Yuri? - chiede Lina premurosamente.
- Meglio, grazie. - risponde il russo - Tuttavia, ho lasciato nella mia stanza il PC e la radio...
- Sei riuscito a ripararla? - chiede Joe - Beh, valli a prendere...
Il volto di Yuri diventa improvvisamente ancora più pallido: - Non... non voglio tornare di là...
- Dai, sii serio! Siamo talmente stanchi che hai fatto un sogno ad occhi aperti, ma quello che hai visto non può essere vero! Non c'è nessun pericolo! - minimizza Joe.
- Era tutto vero! Non ho sognato! Mio padre era davanti a me, mi ha parlato! - ribatte Yuri, reagendo con veemenza alle parole di Joe.
- Joe, lascia perdere, non importa - dice Rudy pacatamente - Andremo Greg ed io a prendere la radio e il computer.
- A me questo posto piace sempre meno, mi mette i brividi - sussurra Greg. Quindi afferra il suo shotgun, portato al motel in uno dei sacchi: - Pensatela come volete, ma se davvero suo padre è nei dintorni e ci vuole mettere i bastoni tra le ruote, io lo impallino!
Pochi minuti dopo Rudy e Greg sono già nella camera di Yuri. Tutto è come il russo l'aveva lasciato. Presi PC e radio, i due escono dalla stanza.
Una volta richiusa la porta, però, Greg si ferma.
- L'hai sentito? - chiede a Rudy.
- No, cosa? - chiede il veterano con sguardo interrogativo.
- Era come un... lamento... un lamento soffocato. Veniva dalla stanza qui accanto...
Gli occhi dei due si posano sulla porta della camera vicina, su cui è apposta la targhetta numero 316.
- Ah ah ah... Greg, brutto ubriacone, hai anche tu le traveggole, sei suggestionato! - esclama Rudy, cercando di sdrammatizzare. Tuttavia, la risata gli si strozza in gola quando alle sue orecchie giunge nitido il singhiozzare di un pianto femminile. Martinez guarda incredulo il compagno.
Con un movimento rapido impugna la pistola, quindi di schiaccia contro il muro al lato della porta 316, indicando a Greg di fare lo stesso dall'altra parte.
Greg esegue, ma il suo volto esangue è imperlato di sudori freddi. Trema di paura, quella paura irrazionale che ti afferra lo stomaco e ti impedisce di ragionare, quella paura con cui, a differenza dell'ex minatore, Rudy è molto più a suo agio.
- Tieniti pronto, sfondo la porta - dice il militare, rivolto al compagno.
Ma Greg lo ascolta sì e no, in preda ai suoi fantasmi. Le sue gambe percepiscono uno spiffero gelido provenire da sotto la porta. Il respiro di Greg si fa affannoso, frequente e agitato: la sensazione di un qualcosa di terribile dietro quell'uscio è per lui una certezza, e i suoi occhi guardano nel vuoto davanti a sé. Il suo cervello, i suoi pensieri rivivono i ricordi del suo passato. Vorrebbe stordirsi di whisky per smettere di rimembrare, di sentire i lamenti di quella donna rimbombargli nella testa.

lunedì 21 giugno 2010

1.25 - ORME NELLA NEVE

Rudy si precipita attraverso la reception, verso il corridoio di Yuri, da cui ha udito provenire lo sparo, seguito a breve distanza da Joe e Greg. Yuri è davanti alla finestra spalancata che dà sul cortile interno, con la pistola in pugno. Trema visibilmente, e non per il freddo. Ha il viso imperlato di sudore.
- Yuri!
Il giovane russo posa gli occhi sgranati e increduli sul compagno, la cui vista sembra riportarlo alla realtà.
- E' fuggito! Dalla finestra! - urla il russo, ancora agitato.
Rudy arriva dinanzi alla finestra. Il giardino interno, con la sua fontana, è completamente ricoperto dal manto bianco, illuminato dalla debole luce che viene dal corridoio. Ad ogni modo, Yuri non mente: delle orme partono proprio sotto il davanzale e si perdono nell'oscurità.
Insospettito, il veterano scavalca e esce, con la propria colt in pugno. I suoi piedi affondano nella neve, le sue gambe sprofondano fino al ginocchio... esattamente come fuori dal motel, pensa.
Eppure un brivido gli percorre la nuca. C'è qualcosa di irrazionale in ciò che vede: le impronte dinanzi a lui non sprofondano più di quindici-venti centimetri. Nessun uomo è così leggero. Che spiegazione può dare alle orme, se non il fatto che siano lì da ore? La sua attenzione viene immediatamente carpita dalle parole di Yuri, che nel frattempo Joe e Greg stanno cercando di calmare.
Il ragazzo farfuglia continuamente di aver visto suo padre, di aver provato a sparargli. Pur non riuscendo a capire, i compagni evitano di fare troppe domande. E' evidente che la stanchezza sta davvero giocando brutti scherzi. Yuri non è più lucido e non deve dormire da solo.
Tutti assieme tornano verso la stanza di Jerry. Rudy apre la porta della reception, trovandosi inaspettatamente davanti la signora Sterling, immobile come una statua. Subito il volto dell'anziana donna esibisce un largo sorriso.
- Che è successo, cari? Ho sentito un botto tanto forte che mi ha svegliato! Va tutto bene?
Rudy cerca di rispondere, ma il senso di inquietudine provato poc'anzi gli smorza le parole in bocca.
- Va tutto bene, signora. - interviene Joe - Era solo un petardo, per festeggiare il Natale...

giovedì 17 giugno 2010

1.24 - ROULETTE RUSSA

- Yuri.
La voce autoritaria risuona nella stanza, gelandogli il sangue nelle vene. Yuri afferra la pistola, e si gira rapidamente facendo ruotare la seduta dello sgabello, puntando l'arma dritta davanti a sé.
Non può essere qui. Non può.
E invece sì.
La figura di suo padre, Sergei, si staglia severa davanti alla porta, richiusa alle sue spalle. Con la radio accesa, non l'ha nemmeno sentito entrare.
Yuri lo osserva incredulo. Sente il terrore impadronirsi di lui. Lo paralizza, lo fa tremare, si scopre fragile. Sente le lacrime che gli riempiono gli occhi, un groppo gli stringe la gola.
Suo padre muove un passo verso di lui.
- Fermo! - urla il giovane russo, con gli occhi sgranati e il labbro inferiore tremante - Non puoi essere qui! Non ha nessun senso! Tu... tu...!
- Sei uno sciocco, Yuri.
Quelle parole, dette con tono basso e pacato, sono macigni.
- Sei sempre stato un buono a nulla, pieno di idee irresponsabili e inutili nella testa. Senza ideali. Nonostante ti abbia educato come si deve educare un uomo, nel rispetto della disciplina, tu hai sempre voluto fare di testa tua.
- Non è vero! Tu... tu mi hai sempre oppresso! Tu hai sempre pensato a te, alla tua carriera, alla tua dannata patria! Non ci sei mai stato per me!
- E tu, quando hai voluto ascoltarmi? Tu non sai cosa ho passato dopo che sei fuggito. Dov'eri? - ribatte Sergei.
Yuri attende in silenzio, con le braccia tese e la pistola puntata, con il fiato grosso come se avesse corso per chilometri.
- La tua fuga è stata l'appiglio dei miei detrattori per accusarmi di collaborazionismo con gli occidentali. Ho passato momenti difficili, lunghi mesi in prigione a causa tua. Ho lasciato sola tua madre, senza denaro, senza aiuto. Tu dov'eri? A inseguire il tuo sogno americano, a giocare con il tuo computer...
Le parole sibilano come dardi velenosi dalle labbra del vecchio agente del KGB, mentre incurante dell'arma puntata addosso, muove passi lenti verso il figlio: - Yuri, sei sempre stato un buono a nulla egoista e l'hai dimostrato ancora una volta mettendo in difficoltà la tua famiglia. Ed io me ne rammarico, sempre, perchè so di non essere stato un buon padre agli occhi della nostra nazione!
Sergei allunga la mano, fino ad afferrare la canna del revolver. Yuri respira e piange, paralizzato dagli occhi di fuoco del padre, dalle sue parole che come spilloni gli straziano l'anima.
Sergei sposta il braccio del figlio con delicatezza, obbligandolo a posare la pistola.
- Svuota il caricatore, lascia solo un colpo - ordina l'uomo - E' tempo che io rimedi all'onta sul nome dei Madronich, è tempo che tu Yuri dimostri il tuo coraggio, di che pasta sei fatto.
Le parole risuonano distanti. Yuri esegue ciò che suo padre gli ordina, lo fa come se vivesse un sogno, come ha sempre fatto, senza discutere, schiacciato, oppresso, senza una sua volontà. Si sente una larva.
I proiettili cadono sullo scrittoio.
Tutto si svolge come sott'acqua. Le parole di Sergei sono ovattate, i movimenti pesanti, guidati. Sente suo padre che guida la sua mano sulla pistola, che spinge il suo braccio verso la sua tempia...
Sarà finita, tra poco... ho deluso tutti, ho sbagliato tutto... ora le macchie sul mio nome verranno lavate dal mio sangue... madre perdonami...
- Spara!
Il freddo del grilletto sotto l'indice.
Un barlume in fondo all'anima di Yuri s'accende, afferrando le ultime briciole di razionalità. Com'è entrato? Cosa ci fa qui? Come poteva sapere che ero qui? E poi perché... perché dovrei rinunciare alla *mia* vita? Non sono sbagliato, tutto il resto è sbagliato!
Yuri sposta con d'impeto la pistola, allungando con rabbia il braccio, e preme il grilletto. Il colpo parte con un rimbombo, mancando in pieno Sergei, piantandosi nel soffitto.
L'uomo si precipita verso la porta e si getta nel corridoio di fuori.

martedì 8 giugno 2010

1.23 - YURI MADRONICH

Yuri richiude in silenzio la vecchia radio a valvole, appoggiata sulla piccola scrivania di fianco al letto assieme alla pistola e al computer. L'anomalo ronzio dell'alimentatore di carica del suo PC è l'unico rumore nel silenzio della sua stanza, la 317. Probabilmente la qualità dei vecchi impianti elettrici del motel non è molto gradita al suo portatile.
Yuri fissa le ultime viti: ora la radio è a posto. Fortunatamente l'entità del danno era una sciocchezza, non servivano pezzi di ricambio. Con movimenti delicati, il giovane sfila l'alimentatore del computer dalla presa, sostituendolo con la spina della radio.
L'improvviso gracchiare delle frequenze morte riempie il silenzio. Yuri si affretta a girare la manopola per abbassare il volume. Poi, con dovizia e precisione ruota quella delle frequenze, in cerca del segnale.
Alcune note... perse... Yuri le ha udite, ne è certo. Con costanza torna indietro con le frequenze, piano, piano... eccole...
Il giovane russo ha un tuffo al cuore. Il caldo gli sale dal ventre al volto. Non è da lui provare queste emozioni, si ripete. Ma quelle note, quella canzone, non è una canzone qualsiasi. Le coincidenze, gli scherzi del caso, sono spesso talmente strani da indurre le persone a credere nel destino, nel fato.
"Paint it black" dei Rolling Stones suonava nell'autoradio del suo contatto americano, quando lo venne a prendere oltre Checkpoint Charlie. Era stata una strana scoperta, quella musica occidentale.
Yuri aveva vissuto il comunismo e la guerra fredda, le privazioni e le costrizioni di quell'anacronistico regime. Aveva desiderato a lungo quella fuga, quella libertà che si era conquistato per mezzo della sua passione per la tecnologia. L'americano con cui era venuto in contatto lavorava per i servizi informatici di una famosa società tedesca. Fu lui a vedere il potenziale che si celava nel giovane russo, fu lui che decise di renderlo uno dei migliori. Ma per farlo doveva regalargli la libertà, una nuova vita fuori dalla cortina di ferro.
Quella mattina ad Alexander Platz fu l'ultima volta che vide suo padre. C'era la neve a Berlino...
Suo padre lavorava per il KGB. Era stato mandato dalle alte sfere di Mosca a Berlino Est per chissà quali compiti, e vi si era trasferito portando con sé moglie e figlio.
Yuri odiava suo padre: era un uomo autoritario, che soffocava ogni sua passione. A volte si svegliava sudato nel cuore della notte, spaventato dall'inconscio desiderio di ucciderlo che si esprimeva nei suoi sogni.
Quella mattina ad Alexander Platz fu l'ultima volta che vide suo padre, prima di recarsi a Checkpoint Charlie. Non lo salutò. Nessuno disse nulla. Si leggeva nell'aria fredda che non si sarebbero più rivisti.
Dopo la caduta del Muro, mentre il comunismo si sgretolava lentamente trascinando con sé chi non sapeva salire sul carro della nuova Russia, Yuri venne a sapere dalla stampa sovietica che suo padre era stato arrestato per alcuni scandali interni al KGB.
Da quel momento in poi, ne perse completamente le tracce, o meglio non ne cercò più. Non c'era nulla che lo legasse al suo passato.
Almeno fino ad ora.

venerdì 4 giugno 2010

1.22 - EMATICA EMOTIVITA'

Lina sente lo stomaco sussultare ancora, a vuoto. Non c'è più nulla da rigettare, se non acidi succhi gastrici.
Lina prende un bel respiro, e con la mano cerca e tira la leva dello sciacquone.
Gli occhi le lacrimano abbondantemente, annacquandole la vista; con un gesto istintivo passa sulle palpebre il dorso della mano, asciugando le ciglia.
Il suo sguardo si posa inevitabilemente sulla tazza, e subito un brivido le sale in gola, facendo tremare le labbra cianotiche.
L'acqua sul fondo è del rosso del sangue. Cosa...? Due gocce cadono dall'alto... dal suo volto? Sanguina?
Gli occhi di Lina si posano sui suoi palmi, insanguinati, come il bordo del gabinetto, dove le sue mani erano appoggiate. Incredula sgrana gli occhi... non ho toccato la ferita di Jerry... che diavolo? Sanguino!...
Il panico corre veloce nelle vene di Lina, si porta le mani al volto... è il naso? Mi sanguina? No... c'è sangue nel water, sul bordo... non c'era... cos'è? Viene dal mio volto, mi sanguina il volto!... Mi sanguina il volto!... aiuto... aiuto!!!
- Aaaaaahhhh! - istintivamente, Lina caccia un urlo.
Martinez corre nel bagno trovando la ragazza che si tocca istericamente il volto, macchiato di rosso: - Sanguino! Sanguino!
Rudy le afferra con forza gli avambracci: - Basta Lina! Lina!
Il soldato urla, fissandola negli occhi, poi cambia tono, le sussurra di stare tranquilla: - Non è niente Lina, non è sangue. E' solo ruggine, che sporcava la tazza a cui ti sei appoggiata.
Lina singhiozza, incredula. Ancora una volta le lacrime sgorgano dai suoi occhi, i denti le battono dall'agitazione.
Rudy ha ragione. E' ruggine. Solo comunissima ruggine bagnata. Ancora scossa, con l'aiuto del veterano, la ragazza si alza, portandosi al lavello per pulirsi le mani e il volto. La stanchezza e la tensione stanno giocando brutti scherzi, amplificano le paure e i timori.
Lina non sa perché ci sia della ruggine sul bordo in ceramica del cesso. Ma è lì, e tanto basta.
L'acqua limpida ristagna sul fondo della tazza.