Le strade sono buie e semideserte, come sempre capita nelle fredde sere autunnali di provincia. Franco ha aspettato volutamente che fosse tardi, sicuro di non trovare in giro anima viva.
A forza di rimuginare e scervellarsi tutta la settimana su ciò che aveva fotografato, ha ricordato un dettaglio a cui inizialmente non aveva dato peso.
Guida fino al luogo dell’incidente, o meglio fino alla stradina secondaria notata quel giorno, dove aveva notato le tracce di un mezzo pesante.
La memoria non lo ingannava. Se non fosse stata costruita la tangenziale, quella strada avrebbe avuto un senso, e passando per i campi avrebbe condotto chi la percorreva fino alla vecchia casa cantoniera che si trova lungo la vecchia statale, poco dopo la discoteca.
Franco riaccende il maggiolone e percorre lo svincolo dalla superstrada che lo porta sulla statale, fermandosi presso il vecchio edificio abbandonato con l’intenzione di entrarvi a curiosare. Si è portato un tronchese, una pila e un piede di porco. Non sa nemmeno lui perché lo fa, ma la cosa gli provoca un brivido di eccitazione.
Apre facilmente la rete che recinta la vecchia costruzione e si avvicina alla porta.
Un odore pungente di putrefazione, inconfondibile, lo investe.
La luce è scarsa all’esterno, ma un po’ di chiarore arriva dai lampioni della tangenziale. Decide di accendere la torcia elettrica, tanto questa sera la discoteca è chiusa e non è ancora passata una sola vettura.
Col fascio di luce si fa un’idea della casa. Ha l’impressione che i rampicanti che da sempre la avvolgono siano più fitti del solito, così come l’erba che cresce tutt’intorno. Inoltre hanno una forma inusuale, le foglie un qualcosa di inspiegabilmente malsano.
Quasi per sfida decide di spezzarne uno. La linfa giallastra che fuoriesce emette un odore sgradevole di marcio.

SCENA 19

Le strade sono buie e semideserte, come sempre capita nelle fredde sere autunnali di provincia. Franco ha aspettato volutamente che fosse ...

Franco è a casa, da solo. Doveva esserci Giada oggi, ma la sua ex-moglie gli ha fatto sapere senza troppe spiegazioni che avevano un altro impegno e non sarebbe venuta. Lui neanche l’ascoltava mentre glielo comunicava al telefono con quella sua voce indisponente.
Meglio così, sente di avere ancora bisogno di stare solo.
Oggi è l’ultimo giorno di ferie, domani ricomincerà a lavorare.
I suoi occhi indugiano sulla scrivania. Il PC è acceso, con il salvaschermo che disegna linee colorate. Lì a fianco, da giorni, il telefono dell’autista trovato sul tir. Ogni volta che lo guarda sente i battiti accelerare: sa di aver fatto qualcosa che non doveva fare, una violazione grave. Quel reperto dovrebbe stare dai carabinieri, non in casa sua.
Questo fatto gli ha impedito finora di andare fino in fondo, ma dopo giorni di indecisione – e dopo che per giorni nessuno l’ha in qualche modo reclamato – è più che mai convinto ad agire.
Preme a fondo il pulsante di accensione. Sul display compare la scritta TPK di un bianco brillante, ancor prima della schermata iniziale. Lo sblocca, nessuna protezione.
Comincia a cercare, ma ben presto realizza che non ha nulla di ciò che contraddistingue un telefono normale: nessuna rubrica con numeri di telefono sensati, nessun modo per effettuare chiamate. E’ un dispositivo senza alcuna apparente funzione utile.

SCENA 18

Franco è a casa, da solo. Doveva esserci Giada oggi, ma la sua ex-moglie gli ha fatto sapere senza troppe spiegazioni che avevano un altro...

E’ quasi l’ora di pranzo, ma Franco non ha fame. Da ieri sera non mangia e praticamente non dorme. E’ come un'ossessione, ma ormai ne è certo, dietro quell’incidente c’è qualcosa di davvero strano. Troppe omissioni, troppe cose che non tornano. E quel segno che continua a manifestarsi.
Non ha smesso di pensarci un solo secondo ed è sempre più convinto che non avrà pace finché non avrà scoperto cosa sta succedendo realmente.
Più che mai deciso ad andare a fondo, prende la macchina intenzionato a fare il giro degli sfasciacarrozze della zona. D’altronde il camion devono pur averlo portato da qualche parte.
Il più vicino è il “Goi” che si trova nella zona artigianale di un paese limitrofo, a meno di 5 minuti di macchina.
Arrivato sul posto, ferma il maggiolone. Dietro il cancello chiuso, un vecchio capannone con i vetri profilati per metà rotti è stato riverniciato alla meglio di blu e bianco, e la scritta “Goi” a caratteri squadrati riempie un’intera parete.
I colori vivaci perdono d’intensità sotto il cielo plumbeo, e il tutto dà comunque un’impressione di abbandono. Sembra non esserci nessuno, cosa confermata dopo che Franco ha più volte suonato il citofono. Probabilmente sono tutti fuori a pranzo, rintanati in qualche bettola per camionisti che offre menù fisso a pochi euro.
Franco scruta il cortile oltre la recinzione, fino ad individuare il camion con la scritta TPK. Si guarda attorno più volte ed infine scavalca.
Che cazzo sto facendo… pensa, ma ormai c’è dentro fino al collo.
Apre il cassone: vuoto. Poi la cabina e velocemente il cruscotto. Come sospettava il telefono che i carabinieri non hanno sequestrato è rimasto lì. Lo guarda sorpreso, ma in un certo senso se l’aspettava: sullo schermo in alto a sinistra si ripropone quello strano graffio.

SCENA 17

E’ quasi l’ora di pranzo, ma Franco non ha fame. Da ieri sera non mangia e praticamente non dorme. E’ come un'ossessione, ma ormai ne ...

Franco raggiunge il comando dei Vigili del Fuoco nel tardo pomeriggio, quando è sicuro di trovare Antonio in servizio.
Il pompiere lo incontra quasi subito, e Franco non può fare a meno di notare che anche lui sembra affetto da un malanno di stagione: occhi scavati, colorito pallido e un continuo e fastidioso tirar su col naso.
– I primi freddi sono micidiali – si giustifica Antonio – e poi quando la nebbia è bassa lo smog si fa spesso, ed è tutto PM10 che ci respiriamo. E’ impossibile non beccarsi un’influenza.
Come dargli torto pensa il fotografo.
Franco porta con qualche giro di parole il discorso sull’incidente e chiede al vigile del fuoco se ricorda qualcosa riguardo lo sversamento giallo, la ditta del camion, e così via.
La risposta di Antonio è spiazzante: – Il camion semplicemente non trasportava nulla. Sì sì Franco, hai capito bene, il cassone era vuoto e l’autista non era lì quando siamo arrivati (e siamo vicini, per cui non ci abbiamo messo molto).
– Ma quindi, il liquido giallo?
– Detto onestamente, non mi ricordo di aver visto nulla di simile. Noi abbiamo prontamente verificato che non ci fossero perdite pericolose di carburante, e quando siamo stati certi che la zona era sicura ce ne siamo andati lasciando i carabinieri a fare il loro lavoro.
Franco resta pensieroso per alcuni secondi.
– Tutto bene Franco? Scusa, non ti ho neanche offerto qualcosa alla macchinetta. Vuoi un caffè o un tè…?
– No, grazie, Tutto bene comunque, ero un attimo sovrappensiero. Adesso vado, che sono un po’ di fretta.
Uscendo dal comando e passando vicino alla guardiola, Franco viene raggiunto da un refolo di marcio e putrefazione. Istintivamente butta l’occhio nel piccolo locale all’ingresso, dove un vigile del fuoco sta guardando una partita di calcio su una vecchia televisione ignorando di fatto chi va e chi viene.
Franco accelera il passo per uscire, sicuro che la sua immaginazione gli stia giocando brutti scherzi: c’era un vistoso graffio nell’angolo in alto a sinistra di piccolo schermo.

SCENA 16

Franco raggiunge il comando dei Vigili del Fuoco nel tardo pomeriggio, quando è sicuro di trovare Antonio in servizio. Il pompiere lo inco...

Nel grigiore del suo lunedì mattina di ferie forzate, Franco s’incammina verso la caserma dei carabinieri deciso a venire a capo di questa storia che gli sta togliendo il sonno.
La caserma è un orrendo edificio anni settanta di mattoni rossi circondato da una pesante inferriata su cui campeggiano i soliti cartelli di “limite invalicabile”.
Sono le otto e mezza quando si presenta in portineria e chiede di incontrare l’appuntato descrittogli da Federico, che ricorda chiamarsi Ciro.
Il giovane militare alla guardiola gli comunica che dovrà aspettarlo perché è di ronda.
Franco scuote le spalle e si accomoda su una delle sedie disposte all’ingresso, tra un viado in ciabatte ed una vecchia che deve denunciare lo smarrimento della carta d’identità per la quarta volta. Del resto non ha molta fretta oggi.
Dopo un paio d’ore finalmente Ciro rientra, portandosi addosso un forte aroma di caffè.
Il carabiniere lo saluta amichevolmente con quel suo marcato accento meridionale. Franco aveva già avuto a che fare con lui diverse volte per varie ragioni in passato. Come dall’impietosa descrizione di Federico attraverso cui l’aveva individuato, la bellezza non era mai stata il suo punto di forza. Tuttavia oggi lo trova più sciupato del solito, con la pelle e le sclere degli occhi di un malsano colorito giallastro.
Franco, accampando la scusa di dover scrivere una serie di articoli sull’aumento del traffico pesante in zona ed in particolare sull’impatto sulla sicurezza stradale della nuova tangenziale -  tema molto sentito localmente - convince l’appuntato a ripercorre i più recenti incidenti, specialmente quello di martedì scorso.
Si accomodano attorno ad una scrivania sommersa di carta e pratiche inevase e Franco inizia a far domande.
Il colloquio tuttavia è un mezzo buco nell’acqua: Ciro è un insieme di “non ricordo”, incompetenza, negligenza e scarico di responsabilità su altri apparati pubblici o delle forze dell’ordine. Non che Franco si aspettasse molto di più da questo individuo, ma sperava in qualcosa di meglio.
Le uniche informazioni che riesce a rimediare sono che il camion aveva targa straniera, e nel malandato verbale redatto il giorno dell’incidente si fa riferimento alla proprietà del veicolo come "TPK GmbH".
Quando Franco gli chiede espressamente del conducente, Ciro ribatte semplicemente che non c’era, lamentandosi di questi “shtracomunitari che manco la patente tengono e abbandonano i camion per strada!”.
– Mi scusi Ciro, ma allora da dove provengono i pochi dettagli che ho letto sulla stampa riguardo al fatto che il conducente stesse guardando il telefonino?
Il carabiniere risponde candidamente: – Abbiamo trovato nu cellulare in cabina, che c’aveva ‘na quantità di cose in straniero che nun se capivano neanche i numeri… manco l’abbiamo sequestrato, tanto nun se capiva …
Franco lo fissa allibito.
– Ma avete provato a contattare questa TPK?
– Sììì, ma nun ce sta niente, ha provato anche Rocco che sa usare lu compiutér e l’internét. Niente. E poi nessuno in centrale parla lo straniero.
– Ma scusi… c’è un mezzo appartenente ad una società, che ha sversato dei liquidi, avrete visto cos’era…
– Eh ma lo sversament’ non è affar nostro, ce stanno i pompieri per quello. Se han visto qualcosa l’han visto i colleghi del comando che son intervenuti sul posto. C’era Antonio, quello alto alto.
Franco, esterrefatto dalla superficialità del caso accenna ad una critica: nessuna indagine aperta… verbale incompleto… tuttavia Ciro, impassibile, ribatte con motivazioni assurde che a lui paiono le più naturali del mondo “coi mezzi che l’Arma ha oggigiorno”. Franco, non volendo arrivare ad indispettire il suo interlocutore, decide di mollare ed andarsene ringraziando l’appuntato per il suo prezioso tempo.

SCENA 15

  Nel grigiore del suo lunedì mattina di ferie forzate, Franco s’incammina verso la caserma dei carabinieri deciso a venire a capo di ques...



Giovanni risponde stancamente, come uno che era sul punto di addormentarsi dopo il pranzo della domenica.
Franco gli chiede concitato se ha visto il servizio che hanno appena mandato al TG5.
– Sì… perché? – risponde Giovanni, riprendendosi dal torpore pomeridiano.
– Ma l’hai visto bene?
– Ma sì che l’ho visto bene, mica sono rincoglionito. Voglio dire, checché ne dicano quella non è sfiga, dai… che probabilità ci sono che due impianti chimici della stessa proprietà abbiano due incidenti distinti a distanza di mezz’ora l’uno dall’altro? C’è sicuramente di mezzo del terrorismo, ma vorranno avere le loro certezze prima di sventolarlo ai quattro venti!
– No, no… non intendevo quello. Hai visto i camion fermi fuori?
– Sì, erano dei camion…
– TPK, Giovanni, TPK! Come il camion che si è ribaltato qui da noi!
­– Beh, ma sarà una compagnia di trasporti internazionale… che diavolo ti succede Franco?
– No Giovanni, la questione è che non c’è nessuna TPK internazionale, ho già cercato… non esiste! E’ strano no? Potremmo provare a scavare, sai che scoop potrebbe saltar fuori per il giornale?
Giovanni fa una pausa, interdetto.
– Ragazzo mio, tu ti stai facendo dei film. Di cosa stiamo parlando? Ascolta, ultimamente ti vedo sempre un po’ sotto pressione, non è che ti vuoi prendere un po’ di vacanze?
Franco tace a lungo. Balbetta qualcosa di incomprensibile prima di riprendere pacato.
– Sì forse hai ragione Giovanni, devo prendermi un po’ di riposo. Ma senti, Federico non ti ha parlato di… no, scusa, niente… lascia perdere – e mette giù.
Franco resta per un tempo indefinito immobile con il telefono tra le mani.
Poi scorre la rubrica e chiama.
Federico risponde con un “Ohi Franco” sbiascicato nel suo tono da imbecille. Anche da come parla al telefono si capisce che non è proprio sveglio.
– Fede, ciao, ti ricordi l’articolo che hai scritto sul camion che si è ribaltato vicino alla discoteca qualche giorno fa?
– Ah sì, martedì mattina, eh? Ho fatto io l’articolo, eh eh eh…  – puntualizza entusiasta.
– Eh già, il pezzo della vita... Ma tu a che ora sei arrivato là sul posto?
– Boh… saranno state le dieci e mezza.
– E c’era ancora lì il camion?
– Boh… eeeh… no, l’avevano già tirato su, ho parlato col carabiniere, quello basso, tarchiato, pelato, brutto, ma sì lo sai chi è…
– Sì sì, ho capito. Quindi non sai di chi era il camion, il carabiniere non te l’ha detto?
– No.
– Scusa ma non pare anche a te che Giovanni ti abbia fatto pubblicare un articolo povero di particolari? Non perché l’hai scritto tu eh, sia chiaro… hai solo messo le informazioni che avevi, ma di solito...
– Bah, no, d’altronde cosa c’era da sapere di più? S’è ribaltato un camion…
– Beh, ad esempio cosa si è sversato per terra…
– Ma no non c’era niente. Anche i carabinieri hanno detto che era tutto a posto e allora ho scritto così. Boh, avrà portato delle scatole quel camion lì...”
– Ah andiamo bene… scusa, ma da quant’è che lavori al giornale, Fede?
– Boh saranno tre-quat…
­– Minchia ragazzo: verificare le fonti! – sbotta Franco – Vabbè che io faccio il fotografo, ma cazzo…! Niente dai, lascia perdere, scusa se ti ho disturbato. Ci vediamo domani.”
Riaggancia scuotendo la testa, sicuro che Federico non abbia capito un accidente nemmeno questa volta.
Frustratissimo lancia il cellulare sul divano.
Il solito, dannato, onnipresente segno nell’angolo della TV sembra lì a prenderlo per i fondelli proprio ora che ha i nervi a fior di pelle. Prende uno straccio deciso a toglierlo una volta per tutte. Sfrega, sempre più forte, ma il segno è sempre al suo posto. Franco scaglia lo straccio con rabbia, sfrega il segno con l’unghia: lo schermo non presenta graffi di fuori, è perfetto, ma quel dannato sfregio da qualche parte dev’essere per forza!

SCENA 14

Giovanni risponde stancamente, come uno che era sul punto di addormentarsi dopo il pranzo della domenica. Franco gli chiede concita...

L’acqua scorre nel lavandino schiumando sui piatti sporchi. Franco sospira ed immerge la spugna.
Litigare con Giada era l’ultima cosa che voleva, avrebbe dovuto prestare più attenzione alle parole, è così che fanno i bravi padri. Ma dannazione l’adolescenza è così difficile, e tutto è complicato dal divorzio…
Si sporge sul corridoio.
La porta della camera è inesorabilmente chiusa, dall’interno la musica dello stereo ad alto volume rimbomba ovattata. Giada ha eretto tutti i suoi muri e le sue barriere.
Era meglio se uscivo in bicicletta con Ettore stamattina… pensa Franco pentendosi di aver dato buca al suo amico con la passione in comune per le due ruote. Almeno avrei evitato questo disastro.
Franco fa per tornare ai suoi piatti da lavare, quando la televisione accesa in sottofondo (con il suo fastidioso segno nell’angolo) cattura la sua attenzione. L’annunciatrice del telegiornale scandisce la notizia di un doppio incidente a due stabilimenti chimici in Germania appartenenti alla stessa multinazionale. Le immagini del servizio seguente indugiano sulle fiamme alte e il fumo scuro, ma a Franco non sfugge una fugace inquadratura sui numerosi camion marcati TPK fermi proprio davanti agli impianti, né passano inosservati gli importanti sversamenti gialli di sostanze chimiche. La voce narrante annovera varie ipotesi sulle possibili cause, ma a quel punto Franco non sta già più ascoltando.
Afferra il cellulare e chiama Giovanni.

SCENA 13

L’acqua scorre nel lavandino schiumando sui piatti sporchi. Franco sospira ed immerge la spugna. Litigare con Giada era l’ultima cosa che ...

Domenica finalmente. Giada, sua figlia, oggi è da lui per il pranzo.
Ha impiegato buona parte della mattinata a cucinare i piatti che amava da bambina, ha imbandito la tavola con cura. Si è distratto per un po’ ed ora vorrebbe rilassarsi, parlare con lei, staccarsi da questa settimana strana.
Ma Giada siede a tavola assente. Non lo ascolta, le cuffie dell’iPod calate sulle orecchie, lo sguardo perso nel caotico vuoto della sua adolescenza.
– Giada, potresti anche toglierti quegli affari quando siamo a tavola…
Nessun cenno di risposta. Giada ondeggia lentamente la testa seguendo il ritmo della musica che solo lei sente.
– Giada, che diamine! – sbotta duramente Franco scuotendole una spalla.
Lei d’istinto dà una manata stizzita; nel farlo colpisce un contenitore di maionese sulla tavola che si schianta a terra andando in frantumi, sparpagliando roba gialla ovunque. Una chiazza che gli richiama alla mente tutto ciò che lo ossessiona dal giorno dell’incidente.
– Papà, ti droghi? – chiede malamente Giada.
Franco non risponde, ora non l’ascolta a sua volta. Sente i nervi fremere nel suo corpo.
Si volta e si affaccia alla finestra per prendere una boccata d’aria, mentre Giada sparisce per rifugiarsi in camera sua.
Proprio in quel momento, sulla strada di fronte a casa sta passando un mezzo pesante con la scritta TPK sul cassone.

SCENA 12

Domenica finalmente. Giada, sua figlia, oggi è da lui per il pranzo. Ha impiegato buona parte della mattinata a cucinare i piatti che ama...

Franco si rigira nel letto. Nonostante la mezzanotte sia passata da un pezzo gli eventi degli ultimi giorni lo innervosiscono e non gli permettono di prendere sonno.
Si alza ed accende la TV nella speranza di vedere qualche stupido programma che lo aiuti a rilassarsi, ma non è così.
Sullo schermo in alto a sinistra c’è uno strano segno, come un graffio.

SCENA 11

Franco si rigira nel letto. Nonostante la mezzanotte sia passata da un pezzo gli eventi degli ultimi giorni lo innervosiscono e non gli pe...

Sono passati tre giorni dal giorno dell’incidente, ma Sara è ancora indispettita per il presunto sgarbo di Franco.
La sera a casa di lei, i due cenano senza fame.
– Te l’ho già detto Sara, e mi sono già scusato un centinaio di volte. Sarà per via delle pratiche per il divorzio, ma ultimamente mi sento parecchio stanco e stressato, e purtroppo la cosa mi sta giocando dei brutti scherzi.
Sara fa spallucce infilzando un paio di zucchine, come a intendere che è acqua passata, ma il broncio sul suo volto dice l’esatto contrario.
– Comunque hanno usato delle foto orribili per quel pezzo. Ne ho parlato ieri con Giovanni, e dirla tutta ha liquidato la cosa velocemente,  era un pezzo di poco conto e l’ha assegnato a Federico.
– Se mi avessi chiamato non sarebbe stato un articolo da nulla, e probabilmente avrebbero usato foto migliori! ¬– risponde stizzita Sara – Quell’imbecille di Giovanni non ha ancora capito che è la cronaca locale che tiene in piedi il quotidiano, e lui cosa fa? Appioppa questi articoli ad uno dei peggiori redattori del giornale!
Sara molla le posate nel piatto e si alza.
– Esco a fumare una sigaretta, tu sparecchia per favore.
Franco scuote la testa, valle a capire le donne. Sara è impulsiva e focosa, ed è questo quello che gli piace di lei. Ma il rovescio della medaglia sono queste reazioni sproporzionate ed eccessive.
Raccoglie meccanicamente gli avanzi perso nei suoi pensieri.
Il giudizio di Sara riguardo a Giovanni gli rimbomba nella mente. Il capo non è uno stupido sa benissimo che la cronaca locale conta nell’economia della testata.
Possibile che abbia intenzionalmente assegnato una notizia potenzialmente interessante a qualcuno che sapeva non ne avrebbe cavato fuori niente?
Franco scaccia subito quella riflessione paranoica. Ma che diavolo mi viene in mente? Forse ho davvero bisogno di una pausa…

Un paio d’ore più tardi rientra a casa. Sara ha sbollito un po’, ma non era il caso di restare da lei a dormire.
Non ha sonno, e quindi fa la cosa peggiore per chi dovrebbe accingersi a riposare: accende il PC.
L’intenzione è di dare un’occhiata alla posta elettronica e a Facebook, ma poi si ritrova ad aprire il browser e digitare “TPK autotrasporti” nel motore di ricerca. Ricerca che nonostante tutto non dà risultati apprezzabili.

SCENA 10

Sono passati tre giorni dal giorno dell’incidente, ma Sara è ancora indispettita per il presunto sgarbo di Franco. La sera a casa di lei,...

Franco fa ondeggiare una penna tra le dita.
E’ tardi e fuori è buio. E’ ancora in redazione, c’è restato tutto il pomeriggio senza riuscire a combinare nulla. Quella stranezza l’ha davvero disturbato.
E poi tutti quei dettagli che ricorda: il liquido giallo, la stradina, l’autista “scomparso”. Lui era lì, ancora prima che arrivassero i soccorsi.
Riprende per l’ennesima volta il giornale del giorno prima.
Rifletti Franco, rifletti. L’articolo non parla del destino dell’autista, però… deve pur esser stata fatta una denuncia… certo che è scritto proprio male… qualcuno deve essersene occupato qui in redazione...
Franco scatta in piedi e va deciso verso l’ufficio di Giovanni. Bussa.
– Avanti.
Quando apre la porta viene investito dal fumo che invade la stanza. Non trattiene un colpo di tosse.
Giovanni sta digitando freneticamente sulla tastiera, con la sigaretta che gli pende dalle labbra e il fumo che sale tra gli occhi e le lenti degli occhiali da vista.
– Ciao Giovanni, scusa il disturbo, ricordi l’incidente del tir per cui mi hai chiamato un paio di giorni fa? Sai per caso cosa ne è stato dell’autista?
Giovanni non smette di scrivere: – Ma che ne so… alla fine era solo un banale incidente, non l’ho trovato un pezzo particolarmente interessante e l’ho sbolognato a Federico.
Bene… il coglionazzo della redazione pensa Franco.
– Lo sai come sono questi articoletti da cronache locali, bisogna riempire le pagine e per farlo sono meglio un paio di foto belle grandi rispetto a ciò che c’è scritto.
– Sì ma ricordi qualcosa riguardo all’autista? Federico ti ha riferito cosa si è fatto?
– Sì mi ricordo che era un coglione. Perché uno che guida, guarda lo smartphone e si ribalta è un gran coglione! E’ andata bene che era prima mattina e nessun altro è rimasto coinvolto – risponde deciso Giovanni, senza togliere lo sguardo dallo schermo del computer.
– Ok Giovanni, grazie. Ti saluto, io vado a casa.
Franco raccoglie la sua roba in ufficio e riflette: probabilmente è troppo stressato e sta ingigantendo un evento di poco conto. Forse è il caso che lasci perdere tutta questa faccenda.
Esce e fa per salire sul suo maggiolone quando un camion passa proprio lì davanti, perfettamente identico a quello che si è ribaltato. Sul cassone, a caratteri cubitali, spiccano le lettere "TPK".
Franco rimane di sasso sotto una fastidiosa pioggerellina nel buio della sera.
Gli è sembrato che non ci fosse nessuno alla guida di quel camion.

SCENA 9

Franco fa ondeggiare una penna tra le dita. E’ tardi e fuori è buio. E’ ancora in redazione, c’è restato tutto il pomeriggio senza riusci...

Quando Franco arriva in redazione, questa lo accoglie con la consueta frenesia del pomeriggio, quando la linea editoriale del giorno dopo è stata decisa e tutti sono indaffarati nel loro lavoro.
Saluta con un cenno della mano quelli che incrocia fino alla sua scrivania. Accende il PC, collega la macchina fotografica ed inizia a scaricare un po’ di foto di prova fatte al mattino, dopo che Vittorino gli aveva detto che era tutto a posto.
Quando finalmente apre le immagini sullo schermo, tutte hanno lo stesso identico segno in alto a sinistra.

SCENA 8

Quando Franco arriva in redazione, questa lo accoglie con la consueta frenesia del pomeriggio, quando la linea editoriale del giorno dopo ...

Franco arriva sul luogo dell’incidente nel primo pomeriggio. I dubbi l’hanno roso per tutta la mattinata, per cui sbrigate le altre faccende si è affrettato a tornare a dare un’occhiata.
Il sole della mattina è durato poco, lasciando spazio ad una nebbia fastidiosa e spessa che sale dai campi.
Si ferma al margine della strada, mette le quattro frecce, indossa il giubbino catarifrangente e si avvia a piedi in cerca della stradina notata un paio di giorni prima. Il traffico pesante gli ruggisce a fianco mentre percorre i pochi metri necessari. La stradina è sempre lì, ma niente tracce evidenti, né del camion né di altri passaggi. Più che una strada sembra un sentiero di delimitazione tra due campi. Se la ricordava più larga.
Franco torna sulla tangenziale, dove constata che non ci sono più tracce della sostanza gialla sull’asfalto, sebbene si senta nettamente quell’odore putrescente che aveva già avvertito la prima volta.

SCENA 7

Franco arriva sul luogo dell’incidente nel primo pomeriggio. I dubbi l’hanno roso per tutta la mattinata, per cui sbrigate le altre faccen...

Un cicalino suona quando Franco entra nel negozio ben allestito di Vittorino, da sempre il suo ottico di fiducia. In pochi secondi un uomo sulla sessantina esce dal retro, gli occhiali appoggiati sulla punta del naso.
– Ehilà Franco, come va?
– Mah… solito direi, un po’ stanco.
– Dai, tirati su, guarda che bella mattina, sole e niente nebbia. L’ideale per fare foto del paesaggio autunnale delle nostre campagne. Beh, non voglio farti perdere tempo: di cosa hai bisogno?
Franco descrive il problema del segno nell’obiettivo della macchina fotografica. Il tecnico la esamina attentamente in silenzio per alcuni lunghi momenti prima del suo verdetto.
– Mah, a quanto pare non c’è nulla fuori posto. Un difetto come quello che dici tu sarebbe stato subito visibile. Guarda che è facile che te lo sei immaginato! – commenta scherzosamente Vittorino.
Quest’ultima affermazione dell’ottico lascia Franco interdetto: possibile che sia accaduta la stessa cosa il giorno dell’incidente, che si sia immaginato di vedere cose che non c’erano e non notarne altre? Ripensandoci, tutto ciò che ricorda sembra ovattato in un’atmosfera confusa. Che la causa di questi episodi siano la stanchezza e lo stress per il divorzio?
Franco si scuote. Non può essere così. O meglio, forse è vero per il segno sull’obiettivo e l’autista, ma non per il liquido giallo, che è più che sicuro di aver visto.
– Qualcosa non va?
– No, no… tutto a posto Vittorino grazie, ero solo sovrappensiero. Cosa ti devo per il disturbo?
– Ma niente figurati. Ci vediamo.


SCENA 6

Un cicalino suona quando Franco entra nel negozio ben allestito di Vittorino, da sempre il suo ottico di fiducia. In pochi secondi un uomo...

 Franco si adagia sulla poltrona, lo stereo diffonde una musica bassa d’atmosfera. Stringe tra le mani un bicchiere di brandy alla temperatura ideale. Attende questo momento serale tutto suo per l'intera giornata, per abbandonarsi ai suoi pensieri.
Quasi subito dopo il primo sorso, la memoria corre alle foto di ieri mattina: si allunga e prende il quotidiano odierno dal tavolino del salotto, lo sfoglia fino alle pagine della cronaca locale. Perché hanno scelto proprio la foto più insignificante per l’articolo? E’ convinto di averle scattate in modo impeccabile, di aver preso i dettagli e tutte quelle cose che invece nell’articolo non vengono menzionate…
L’autista…
Franco rimane di sasso. Impeccabile eh? Improvvisamente si rende conto di non aver nemmeno fotografato l’autista del tir. Anzi a dire il vero non si ricorda aver visto nessun autista. Possibile che sia stato così distratto da perdersi un simile particolare?

SCENA 5

 Franco si adagia sulla poltrona, lo stereo diffonde una musica bassa d’atmosfera. Stringe tra le mani un bicchiere di brandy alla tempera...

Franco si affaccia sulla piazza del paese dove vive, armato di macchina fotografica. E’ una piazza insolitamente grande, ma la sua dimensione è mitigata dal parco che la riempie per la quasi totalità, dove torreggiano alberi imponenti che spezzano la visuale. Tutto attorno, nelle aree pavimentate, una strada di accesso e posteggi per le auto, circondati da qualche negozio e abitazioni a due piani.
Un timido sole pomeridiano fa capolino attraverso il cielo grigio.
Franco sbuffa. Giovanni l’ha incaricato di fotografare l’immondizia che rimane dopo il mercato cittadino, perché da molte segnalazioni pare che la nettezza urbana non faccia bene il proprio lavoro.
Non proprio un compito eccitante, ma in periodi di crisi meglio prendere tutto ciò che arriva.
Scatta noiosamente le foto mentre un netturbino lo guarda storto, ma dopo un poco nota nell’oculare uno strano segno, come un graffio, in un angolo della visuale. Gira la macchina, pulisce l’obiettivo, lo smonta e lo rimonta. Sembra tutto a posto ma il segno è ancora lì.
Il netturbino si avvicina minaccioso, Franco mette via l’attrezzatura e se ne va.

SCENA 4

Franco si affaccia sulla piazza del paese dove vive, armato di macchina fotografica. E’ una piazza insolitamente grande, ma la sua dimensi...

La mattina seguente Franco sorseggia tranquillo un caffè al bar dell’angolo vicino a casa sua, mentre sfoglia la copia del giornale lasciata su un tavolino a beneficio dei clienti.
Si sofferma sull’articolo dell’incidente nella sezione delle cronache locali. Sono state usate un paio delle sue foto, ma in nessuna delle inquadrature si notano il liquido giallo o la stradina laterale.
Ma del resto perché dovrebbero interessare un piccolo sversamento o una stradina di campagna? pensa riflettendo sulla poca importanza di ciò che aveva notato sul luogo del ribaltamento.
L’articolo è banale e sintetico, le forze dell’ordine ipotizzano tra le cause la velocità eccessiva ed il fatto che il conducente stesse probabilmente usando lo smartphone. Non viene fatta menzione di ciò che trasportava il camion.
Franco chiude il giornale, paga ed esce.

SCENA 3

La mattina seguente Franco sorseggia tranquillo un caffè al bar dell’angolo vicino a casa sua, mentre sfoglia la copia del giornale lascia...



La vita in città scorre placida, immersa nella foschia autunnale attraverso la vetrina del bar in cui Franco attende Sara per la pausa pranzo. La provincia è così, e contrasta con il rumore frenetico delle tazzine di caffè servite al banco a bancari con i minuti contati.
Il profumo di piadine e panini vari che riempie l’ambiente viene spostato dall’aria fredda che filtra dalla porta quando Sara fa il suo ingresso indossando un inutile paio di occhiali da sole.
Collega, amante e attuale compagna. Nonché principale causa del naufragio del suo matrimonio.
– Potevi dirmelo – esordisce indispettita.
– Cosa?
– L’incidente. Avrei potuto raggiungerti, fare interviste ai testimoni, prendere l’articolo. E invece l’ho saputo troppo tardi. Dovevi chiamarmi subito.
– Non ci ho pensato onestamente, Giovanni mi ha colto un po' di sorpresa.
­– Lo sai che sto cercando più visibilità al giornale, era una buona occasione.
– Hai ragione, scusa. Ma non mi sembra il caso di fare una scenata per un articoletto da poco. Non ho voglia di discuterne ora.
– E invece sarebbe il caso, perché mi sembra che tu a volte sia perso, assente e che non pensi a noi come coppia.
– Lo sai che non è così. Sai anche che non è un buon momento e che il divorzio mi causa non poche preoccupazioni.
– Dovrebbe togliertele le preoccupazioni, non fartele venire.
– Ho capito. Meglio che vada ora. Ci sentiamo.

SCENA 2

La vita in città scorre placida, immersa nella foschia autunnale attraverso la vetrina del bar in cui Franco attende Sara per la paus...

La sveglia suona fastidiosa e monotona, i led rossi nella vista appannata segnano le 6:50.
Franco la spegne con un gesto stanco e secco sul pulsante superiore.
Si trascina in bagno, piscia ad occhi semichiusi.
Poi finalmente prende a piene mani l’acqua fredda dal lavandino e si lava la faccia. Il vero risveglio.
Si asciuga, solleva gli occhi e si osserva riflesso nello specchio. Li dimostra tutti i suoi 45 anni, forse anche qualcuno in più. Le pratiche per il divorzio lo stanno invecchiando rapidamente.
Prende spazzolino e dentifricio, il gusto di menta gli invade la bocca scacciando gli ultimi residui di sonnolenza.
Squilla il cellulare. Risciacqua e torna in camera: è Giovanni, il caporedattore del giornale di provincia per cui lavora di solito.
– Ciao Franco, senti un po’, si è ribaltato un tir sulla nuova tangenziale vicino al tuo paesello, vedi di andare al volo a fare qualche foto visto che abiti lì vicino… clic.
Buongiorno, ciao, come stai… niente smancerie. Come sempre. Dura la vita del fotografo freelance.
Franco si veste ed esce frettolosamente nella nebbia leggera di metà ottobre, prende il suo vecchio maggiolone e si dirige sul posto.

Il luogo dell’incidente si trova poco dopo l’imbocco della vecchia statale sulla tangenziale, in prossimità della discoteca in cui passava le domeniche pomeriggio da ragazzino. L’edificio, visto di giorno, ha un non so che di triste e fatiscente.
Poco distante nota una stradina di campagna sterrata, il fango solcato dalle tracce di un mezzo pesante, che s’immette direttamente sulla via di scorrimento veloce. Non ci aveva mai fatto caso senza fermarsi, probabile residuo di lavori fatti in modo approssimativo.
Il camion, inclinato sul fianco, ha perso dal cassone una chiazza di liquido giallo dall’odore marcescente. Non ci sono segni evidenti sull’asfalto, i soccorsi non sono ancora sul posto.
Franco scatta le sue foto quasi sovrappensiero mentre arrivano vigili del fuoco e carabinieri, quindi fatto il suo lavoro si allontana per non intralciare.
Riprende la macchina ed in meno di mezz’ora è in redazione, dove consegna le fotografie per l’online e la versione cartacea di domani, prima di occuparsi di altre faccende.

SCENA 1

La sveglia suona fastidiosa e monotona, i led rossi nella vista appannata segnano le 6:50. Franco la spegne con un gesto stanco e secco s...

Ed ecco il nuovo One Shot online in tutto il suo splendore!
Mi sono dovuto imparare un bel po' di cosette su HTML e CSS per metter mano al template che avevo scelto e renderlo funzionale al nuovo corso del blog, ma il risultato finale mi soddisfa.
E' ovvio che però sarà il parere dei lettori a farla da padrone: suggerimenti e critiche sono benvenuti, su ogni aspetto del nuovo template, dalla grafica alla disposizione degli elementi nella sidebar (es. preferite l'archivio in basso o in alto? Il blogroll prima o dopo? E perché?)
Ho bisogno dei vostri suggerimenti per perfezionare il risultato!

Nel frattempo queste sono le principali feature del nuovo One Shot 2.0:
  • Nuovo header più stiloso (yeah!)
  • Razionalizzazione delle etichette dei post e colori univoci per facilitare il colpo d'occhio
  • Menu di navigazione - più facile filtrare per Storia, Recensioni, GM tips
  • Nuova pagina dei Download, dove scaricare tutte le avventure pubblicate (ho anche aggiunto lo scenario per DWIWW che non avevo mai pubblicato)
  • Elenco dei post su due colonne, su ogni thumbnail:
    • etichetta colorata univoca della storia
    • simbolo in basso a destra del sistema di gioco utilizzato
  • Nella sidebar:
    • Commenti recenti che presto dovrebbero tornare a funzionare (abbiate pazienza... e non badate ad eventuali commenti strani di prova che dovessero comparire :D)
    • Loghi dei sistemi di gioco con descrizione a scomparsa
    • Blogroll e link a siti amici (devo aggiungerne ancora qualcuno...)
    • Archivio dei post
A questo punto siamo pronti a partire, anche se manca ancora la gestione dei canali social... ma intanto torniamo online, un passo alla volta!
A brevissimo inizierò a postare un resoconto di una partita a Touched by Evil, per cui restate sintonizzati. E se volete partecipare come autori non esitate a farvi avanti!

ONE SHOT E' MORTO! VIVA ONE SHOT!

Ed ecco il nuovo One Shot online in tutto il suo splendore! Mi sono dovuto imparare un bel po' di cosette su HTML e CSS per metter ...

Ed eccoci qua, ai titoli di coda.
La narrazione è conclusa e spero vi sia piaciuta.
L'avventura è scaricabile qui per chiunque voglia giocarla, quando la leggerete vi accorgerete che alcune cose sono diverse rispetto alla narrazione, questo perchè, come in ogni partita a un GDR, il master può scrivere l'impianto principale ma sono i giocatori a portare i contributi e le idee che cambiano radicalmente l'approccio agli ostacoli o l'andamento che aveva pensato il master e trasformano una generica avventura in qualcosa di unico.
E questo è il bello.
E questo è il motivo per cui ringrazio davvero i giocatori che hanno preso parte a questo primo esperimento con SR, è stata un'avventura epica, mi sono divertito tantissimo e spero si siano divertiti anche loro.

Un grazie dunque a:
Christian nei panni del capitano Otto
Paolo nei panni del soldato scelto Heinz
Giovanni nei panni del marconista Marcus
Alessandro nei panni dell'interprete Varga

E un grazie particolare a Ciro, che un pomeriggio di ormai un anno e mezzo fa mi chiese in prestito il manuale di SR e iniziammo a discutere i pro e i contro del regolamento e di come si sarebbe potuto migliorare, e abbiamo passato le serate a modificare il sistema di prove e combattimenti per renderlo più dinamico, più semplice e applicabile usando i d12.
Per poi concludere che non aveva senso modificare un regolamento e poi non testarlo, e così tutto ebbe inizio.
Ah, e ovviamente per aver interpretato il pilota Klaus.

Un grazie doveroso ad Ale per ospitarmi ormai da anni sul suo blog e per il progetto One Shot! che non solo è fonte di bellissime storie ma mi ha anche permesso di conoscere e incontrare persone come lui, Mr. Mist e spero a breve anche Andrea!

Infine un grazie ai commentatori affezionati, in particolare a Mr. Mist, Andrea, Rocco, postare il resoconto al mattino e fare due chiacchiere nei commenti ormai è diventato un po' come un caffè con gli amici.
È sempre una ricchezza avere persone con cui condividere hobby e passioni.
Alla prossima narrazione!

121 - RINGRAZIAMENTI

Ed eccoci qua, ai titoli di coda. La narrazione è conclusa e spero vi sia piaciuta. L'avventura è scaricabile qui per chiunque vogl...

È notte, la neve turbina dal cielo nero davanti al filo spinato e alla casamatta in cemento.
La bandiera del IV Reich sventola strattonata dalla bufera.
Il termometro esterno segna -20°.
Un’ombra avanza nella neve alta un metro entrando nel campo di luce delle fotoelettriche.
Alcuni soldati corrono fuori dalla guardiola puntando le torce e le armi verso la figura.
“Halt!” urlano in tedesco.
L’uomo si ferma ad alcuni metri dal cancello elettrificato.
Ha diversi strati di vestiti luridi addosso, gli occhi iniettati di sangue e la barba incolta.
“Halt!” ripetono i soldati, nell’aria si sente il rumore secco dei fucili che vengono armati.
L’uomo porta una mano alla tasca e estrae una custodia di cuoio.
La apre.
“Geheime Staats Polizei” dice mentre le torce illuminano il distintivo metallico con l’aquila che stringe la svastica incorniciata d’alloro.
“Portatemi dal più alto in grado, devo fare rapporto” dice Heinz ai soldati increduli.

120 - EPILOGO 2

È notte, la neve turbina dal cielo nero davanti al filo spinato e alla casamatta in cemento. La bandiera del IV Reich sventola strattonata ...


Da due giorni i Lipovenii stanno avanzando tra le montagne verso il loro rifugio invernale.
Varga si alterna a Racz a tenere compagnia a Nagi e a cercare di farla mangiare.
In una delle soste il comandante del gruppo si avvicina a Varga e Pecsi che si stanno dividendo del cioccolato.
“La ragazza è inutile” dice.
“Come sarebbe a dire inutile? È un infermiera! È preziosa!”
“Sarebbe preziosa se facesse l’infermiera ma non fa nulla.”
“Datele tempo. Ha subito un brutto shock.”
L’uomo li guarda.
“Mi dispiace, ma come avete visto in queste lande si muore per un nulla, non possiamo portarci dietro gente inutile.”
“Ma Racz la ama non accetterebbe mai di abbandonarla!”
“Lo so. Racz è molto utile, è un buon meccanico e non vogliamo perderlo. Anche tu Varga, siamo felici che ti sia unito a noi, ma Nagi…”
L’uomo guarda dietro di se, l’infermiera è seduta su un tronco d’albero, Racz le cinge le spalle con un braccio e le sta bisbigliando qualcosa, la ragazza non reagisce.
“Loro si fidano di voi” aggiunge.
Quindi si allontana e da ordine a tutti di rimettersi in marcia.

È notte nel piccolo campo.
Pecsi e Varga raggiungono il giaciglio di Nagi.
La svegliano delicatamente.
“Vieni con noi” le bisbigliano.
La aiutano ad alzarsi, poi la prendono sotto braccio e si incamminano verso il bosco, la ragazza li segue senza parlare.
Pochi minuti dopo una detonazione sveglia il campo.
Tutti balzano in piedi e corrono a vedere cosa sia successo.
Poco fuori dal cerchio di luce il corpo di Nagi giace sulla neve candida, metà della testa è aperta e sangue e pezzi di cervello imbrattano la neve e il tronco di un albero vicino.
In mano stringe una Tokarev.
Racz guarda la scena inorridito, poi urla disperato.
Cerca di raggiungere il corpo di Nagi, ma gli altri lo fermano.
“Non fare idiozie! Potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro!”
L’uomo scoppia in lacrime.
Vargas lo prende e lo accompagna verso il campo.
“E meglio se lasci fare a loro” gli dice allontanandolo “non è qualcosa che vuoi vedere”.
Alcuni Lipovenii li superano e si affrettano a fare a pezzi il corpo della ragazza.
“Perché?” chiede Racz tra le lacrime.
Varga lo fa sedere su un ceppo.
“Era distrutta, avrebbe avuto bisogno di cure e psichiatri, ma anche se l’avessimo riportata nel Reich nessun medico tedesco si sarebbe mai preso cura di un Untermenschen” dice Varga con amarezza “lo so per esperienza, mia madre è morta perché gli ospedali nazisti hanno rifiutato di curarla, era ungherese anche lei”.
Racz singhiozza.
Varga riprende a parlare.
“Ha scelto la via più semplice per scappare da questo inferno, forse l’unica via possibile per gente come noi” guarda il buio davanti a se “ora è in un posto migliore”.
“Ma come ha fatto a procurarsi una pistola?” chiede Racz guardando verso di lui.
“Non lo so, l’avrà rubata” risponde Varga.
E con un gesto veloce tira la mantella a coprire la fondina vuota della sua Tokarev.

119 - EPILOGO 1

Da due giorni i Lipovenii stanno avanzando tra le montagne verso il loro rifugio invernale. Varga si alterna a Racz a tenere compagnia a N...

Oltre la gola Heinz fa scendere i due Lipovenii da un lato del camion e gli ordina di allontanarsi di alcuni metri.
Quindi sale e fa partire il mezzo a tutta velocità senza voltarsi indietro.
Ho un camion e abbastanza carburante, cibo e abiti caldi e il gruppo principale non sarà molto lontano.
Un paio di giorni dopo individua tracce del passaggio della colonna tedesca.
Continua a guidare evitando i gruppetti di morti che vagano nei paesi attraversati dalla strada.
La sera del terzo giorno, nei pressi di un piccolo borgo, vede a bordo strada due camion del II Corpo Motorizzato.
In giro non c’è nessuno.
Ferma il mezzo.
Scende.
Controlla veloce i camion.
Un trasporto truppe e il camion radio della colonna.
Perchè hanno abbandonato il camion radio?
Guarda dentro.
La radio è al suo posto ma diversi fori di proiettile costellano lo strumento.
In un angolo vede un bloc-notes dentro una custodia di plastica.
Lo apre.
Ci sono le date e gli orari delle comunicazioni radio fin dalla partenza della missione.
Scorre le righe.
L’ultima è datata 20 novembre: il giorno dell’agguato alla colonna, quando il loro gruppo è stato tagliato fuori.
La radio è stata distrutta nell’agguato! 
Un brivido gli corre lungo la schiena.
Con chi ha comunicato il nostro marconista per tutto il tempo?
Poi un’altra consapevolezza lo colpisce: non c’è mai stata nessuna colonna ad aspettarli.
Hanno continuato ad andare avanti sostenuti dalla speranza di ricongiungersi al corpo principale, ma non c’è mai stato un appuntamento, il resto della colonna non ha mai sentito le loro comunicazioni, li hanno dati per morti il 20 novembre e sono tornati in Germania.
Esce dal camion radio.
Prende il carburante avanzato nei serbatoi e lo trasferisce sul suo.
I primi morti escono dalle case avanzando verso di lui.
Sale e mette in moto.
Ci sono 700 km di Terre Perdute tra qui e i confini del Reich. Mi servirà un miracolo.

118 - IL CAMION RADIO

Oltre la gola Heinz fa scendere i due Lipovenii da un lato del camion e gli ordina di allontanarsi di alcuni metri. Quindi sale e fa partir...

Klaus lascia cadere le armi nella neve e si avvicina a Varga e a Racz e Nagi.
Juhazs sostiene Kovacs, gli assalitori ordinano in ungherese ai due soldati di gettare le armi.
Juhazs guarda verso Klaus, l’unico tedesco rimasto, il più alto in grado.
Klaus annuisce.
I due lasciano cadere i fucili ai loro piedi.
Fanno qualche passo avanti.
Gli assalitori sparano quasi all’unisono.
I due soldati ungheresi cadono uno sopra l’altro nella neve.
Il comandante dei Lipovenii raggiunge i corpi, Juhazs ancora si muove, l’uomo estrae la Tokarev e gli spara in testa due volte.
Poi fa cenno ai suoi di gettare i cadaveri nel burrone prima che si risveglino.
Si gira e torna verso il gruppetto con la pistola ancora in mano.
Varga gli va incontro e inizia a parlare in ungherese.
“Klaus era uno dei vostri?” chiede l’interprete.
“No, solo Pecsi”.
“E cosa intendete fare di lui?”
L’uomo lo fissa, poi gli da in mano Tokarev.
Varga guarda l’arma nella sua mano.
Torna verso i suoi compagni.
“Aspetta!” dice Klaus.
Varga alza l’arma e gli spara in testa.
Klaus crolla nella neve.
Il sangue si allarga sotto la nuca.
Nagi si copre le orecchie con le mani.
Varga si avvicina al corpo del pilota e lo fruga alla ricerca di qualcosa di utile.
La sua espressione cambia all’improvviso.
Racz guarda incuriosito.
Varga ha in mano alcuni documenti di identità falsi e degli attrezzi sporchi di grasso.
“Mi sa che abbiamo trovato il sabotatore”.
Guarda il volto dell’uomo e il foro lordo di sangue sopra l’occhio sinistro.
Si alza.
“Non doveva finire così” mormora.
Apre la borsa di cuoio scuro che Klaus ha al fianco, dentro c’è la vecchia macchina fotografica con le lastre impresse.
La prende e torna dagli altri.

117 - VARGA

Klaus lascia cadere le armi nella neve e si avvicina a Varga e a Racz e Nagi. Juhazs sostiene Kovacs, gli assalitori ordinano in ungherese ...

Heinz sale sul camion insieme a Pecsi e uno degli assalitori.
Pecsi si mette alla guida.
Il camion sobbalza e parte.
Nessuno parla nella stretta cabina.
Le mani sono sulle armi, le dita sui grilletti.
La cabina è gelida ma Heinz suda.
Mantieni il sangue freddo, è quasi fatta.
Il ponte sparisce alle loro spalle.
Dopo qualche minuto si sentono rimbombare dietro di loro alcuni colpi isolati.
Poi il silenzio.
Heinz tiene gli occhi fissi su Pecsi.

116 - OLTRE LA GOLA

Heinz sale sul camion insieme a Pecsi e uno degli assalitori. Pecsi si mette alla guida. Il camion sobbalza e parte. Nessuno parla nella ...

Klaus si avvicina a Otto sdraiato sulla strada.
Le schegge della bomba hanno colpito il capitano al petto e al braccio.
L’uomo guarda il cielo sopra di lui mentre il sangue arrossa la neve.
Con una mano sta cercando di estrarre qualcosa dalla tasca interna della divisa.
Klaus fa qualche passo e poi gli si ferma davanti.
Alza l’accetta e la cala con gesto secco.
La lama colpisce la fronte del vecchio capitano spaccando l’osso e conficcandosi in profondità tra i capelli.
Il sangue sgorga coprendo il viso dell’uomo, la mano si ferma.
“Per Debrecem” sussurra Klaus.
Si china a guardare cosa stesse cercando Otto.
Tra le dita rigide l’uomo stringe una foto ingiallita ora chiazzata di sangue.
Nell’immagine c’è un salotto ben arredato, su una sedia è seduta una donna esile con un sorriso dolce, a fianco a lei una bambina con i capelli scuri sorride verso l’obiettivo.
Klaus si rialza, si gira e torna sui suoi passi.
Dietro al camion Juhazs è a fianco a Kovacs e sta cercando di medicare come meglio può la gamba del sergente.
Klaus fa cenno a loro di andare.
Juhazs prende Kovacs sotto braccio.
I tre avanzano lungo il ponte.

115 - IL MACELLAIO DI DEBRECEM

Klaus si avvicina a Otto sdraiato sulla strada. Le schegge della bomba hanno colpito il capitano al petto e al braccio. L’uomo guarda il c...

Pecsi osserva la scena quindi si gira verso Heinz.
Si trova davanti alla canna di un fucile spianato.
“Tu hai fatto il turno alla mitragliatrice ieri sera” dice Heinz.
Pecsi non capisce le parole ma i gesti sono chiari, Heinz lo spinge avanti tenendolo sotto tiro.
Escono dalle rocce, davanti a loro ci sono cinque uomini con le divise del defunto esercito ungherese, fucili in mano e un paio di bombe alle cinture.
Appaiono ben equipaggiati e decisi: nonostante le loro uniformi siano logore, le loro armi sono perfettamente pulite.
Stanno parlando con Varga in romeno e ungherese.
L’interprete è vicino al primo camion, dietro di lui Racz tiene Nagi per mano, la ragazza guarda in basso senza parlare.
Tutti e tre hanno al collo delle sciarpe o dei fazzolettoni colorati.
Quando Heinz e Pecsi appaiono gli uomini alzano le armi verso di loro.
Quello che sembra essere il capo dice qualcosa a Varga in romeno, l’interprete annuisce e si gira verso Heinz.
“Dicono di far parte dei Lipovenii , sono partigiani, dicono di arrenderti e avrai salva la vita.
Io se fossi in te lo farei, non hai speranze”.
“Ho un ostaggio, faccio in tempo ad ammazzarlo” risponde Heinz.
“Non essere stupido, loro sono il doppio di noi e c’è un cecchino da qualche parte, vogliono solo il loro compagno, poi sarai libero di andartene”.
Heinz guarda i cinque uomini.
All'improvviso un'illuminazione lo colpisce.
"Siete gli stessi che avete fatto saltare il ponte e attaccato la nostra colonna!".
Varga fa per dire qualcosa, ma poi tace.
“Non mi fido, se devo morire tanto vale farmi aprire la strada per inferno da questo traditore!”.
Gli aggressori osservano la scena senza comprendere le parole.
“Di loro che voglio il camion e che lascerò l’ostaggio alla fine della gola”.
Varga traduce.
Gli uomini confabulano un po’.
Sembrano in difficoltà.
Poi il loro comandante li zittisce tutti.
Guarda Pecsi.
Poi dice qualcosa a Varga.
“Va bene” traduce lui “ma uno di loro verrà con te”.

114 - HEINZ

Pecsi osserva la scena quindi si gira verso Heinz. Si trova davanti alla canna di un fucile spianato. “Tu hai fatto il turno alla mitragli...

Klaus avanza mentre il tiro degli aggressori si concentra sul suo camion ignorando quello di testa.
Guarda il capitano con la coda dell’occhio.
All’improvviso si avventa su di lui sbattendolo contro la portiera traballante che si spalanca con uno scatto secco.
Otto colto di sorpresa cade nella neve.
La bomba a mano cade vicino a lui e si ferma poco distante.
I soldati la guardano per un secondo.
Poi la bomba esplode.
L’onda d’urto investe il camion in pieno, strappa il telone e la portiera, le schegge di ferro crivellano le paratie e sventrano i copertoni.
Il camion si inclina su un lato prima di tornare pesantemente in posizione.
Klaus riceve una scheggia nel braccio, Kovacs si ritrova sbattuto in terra con la gamba maciullata e la ferita la petto che riprende a sanguinare copiosa, Juhazs è abbastanza veloce da abbassarsi e finisce nella neve con solo alcuni graffi.

Klaus balza giù dalla cabina.
Barcolla intontito.
Il camion sta iniziando a bruciare.
Da davanti nessuno spara più.
Afferra l’accetta e fa qualche passo.

113 - FINE DELLA CORSA

Klaus avanza mentre il tiro degli aggressori si concentra sul suo camion ignorando quello di testa. Guarda il capitano con la coda dell’occ...